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Agrivoltaico e riqualificazione territoriale: un'allenza vincente

La vocazione agricola del territorio italiano ha garantito la ricchezza del Paese fin dall’antichità. Ancor oggi le tipicità agroalimentari made in Italy caratterizzano l’eccellenza nazionale. La qualità e varietà delle produzioni e il loro successo sui mercati internazionali fa da contraltare al fenomeno dell’abbandono delle campagne. Dalla seconda metà dello scorso secolo in Italia si è verificata una vera e propria fuga dall’agricoltura. Solo negli anni Ottanta hanno chiuso 245.826 imprese nel settore, per un totale di 929.140 ettari, mentre i processi di urbanizzazione e la conseguente fuga dalle campagne hanno fatto sì che terreni un tempo coltivati siano oggi lande incolte. Questo insostenibile abbandono dei terreni (soprattutto collinari e montani) ha provocato un forte avanzamento della natura: basti pensare che la superficie forestale è praticamente raddoppiata negli ultimi anni, e che tra il 2012 e il 2017 si è osservato un incremento della massa arborea del 4,7%. Se da un lato ciò è positivo in termini di decarbonizzazione, dall’altra ha avuto pesanti ricadute economiche e sociali: le aree marginali sono diventate ancora più marginali, e i pochi abitanti che se ne occupavano non sono più in grado di gestire il territorio. Questo stato di cose non ha solo prodotto l’abbandono dei terreni ed il loro degrado, ma ha anche determinato la perdita di importanti tipicità agroalimentari.


Secondo le recenti stime di Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), in Italia si trovano circa 3,5 milioni di ettari che versano in stato di abbandono. Parte di questi terreni si trovano in aree limitrofe e strade, ferrovie o altre strutture produttive, spesso incuneati in porzioni periurbane e difficilmente valorizzabili. In questo deprimente panorama, l’aspetto più importante su cui concentrarsi è il recupero: attraverso le nuove tecnologie e una sempre maggiore attenzione nella cura del territorio, l’Italia sta però cercando di mettere un freno a questo degrado. Molti dei fondi del PNRR sono proprio destinati alla riqualificazione territoriale. Tra le alternative che potrebbero portare benefici alla gestione del patrimonio rurale c’è sicuramente lo sviluppo dell’ecosistema agrivoltaico. Grazie al dualismo di produzione di energia affiancata a colture specialistiche, in molti casi è possibile trasformare un terreno dal valore praticamente nullo ad una zona di produzione attenta all’ambiente, solidale, economicamente profittevole e anche rigenerativa per lo stesso suolo. In tale ottica si può identificare nell’agrivoltaico una soluzione virtuosa per conciliare lo sviluppo economico dei territori con l’indipendenza energetica.


La vera rivoluzione non sta solo nell’affiancare colture e pannelli: in realtà sta proprio nel cambiare l’impostazione con cui si fa agricoltura. Non più marginale, ma centrale; non più solo e soltanto un rischio, ma un concreto vantaggio. Attraverso la convivenza delle due realtà infatti si può:


1. Migliorare i disciplinari di coltivazione

2. Creare una filiera di produzione controllata (attraverso moderne tecnologie come la sensoristica avanzata)

3. Migliorare la fertilità del terreno, in quanto costantemente controllato e monitorato

4. Creare più sicurezza, in quanto gli impianti sono sorvegliati h24

5. Migliorare la salute del suolo, attraverso tecniche innovative di sequestro della CO2


Per le aree a bassa vocazione agricola si potrebbero proporre miglioramenti: coltivazione di biomasse adatte alla biodigestione (quindi cogenerazione elettrica) o ancora per le bioraffinerie (per la produzione di bioplastiche, etanolo etc.). È un nuovo approccio alla gestione del territorio: un’opportunità concreta per creare moderni metodi di produzione agricola e sviluppo energetico, in una visione congiunta di salvaguardia ambientale.

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